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Il viaggiatore

Ulrich Alexander Boschwitz

Bur

Otto Silbermann sta negoziando la vendita del suo elegante appartamento di Berlino quando alla porta risuona un colpo secco e un ordine: «Apri, ebreo». È il 10 novembre 1938, il giorno dopo la Notte dei Cristalli. L’uomo reagisce nell’unico modo possibile: sguscia fuori dalla porta di servizio, andando incontro al suo destino di fuggiasco. Con lui, un unico oggetto: una valigetta con quarantunomila marchi, la speranza di potersi ricostruire una vita, ma nessun luogo in cui farlo. Trascorre una settimana passando da un treno all’altro, sa di essere in trappola, ma non gli è possibile fermarsi e smettere di cercare un riparo. Scritto in poche settimane da un autore poco più che ventenne, Il viaggiatore fu pubblicato in Inghilterra nel 1939 per poi essere dimenticato nel tumulto della Seconda guerra mondiale. Riscoperto a ottant’anni di distanza, questo romanzo colpisce come una fotografia che, scattata in una notte e dimenticata in un cassetto per un secolo, offre la prima testimonianza letteraria sull’inizio della catastrofe europea del ‘900.

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